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venerdì 23 agosto 2013

Contest su My Secret Diary

Buongiorno miei cari lettori,
è un po' che non scrivo nel blog, oggi volevo parlarvi di un interessante Contest indetto dal blog My Secret Diary per il suo anniversario. Il concorso mette in palio diversi premi a tema libresco (sia ebook che cartacei). I titoli messi in palio non li ho mai letti, voi li conoscete? Sicuramente nel mio caso il premio più interessante, da fervente lettrice di ebook, sarebbe il terzo posto, con due ebook targati La Mela Avvelenata (che sforna sempre opere interessanti).

Perché ve ne parlo? Beh il semplice motivo che per partecipare all'evento è richiesto l'invio di un racconto. Visto che molti iscritti al nostro blog sono anche scrittori emergenti o appassionati di scrittura (anche noi in passato abbiamo organizzato concorsi per racconti, ma devo dire necessitano di veramente tanto tempo a disposizione per essere portati avanti e terminati nel migliore dei modi) magari vi farà piacere parteciparvi.

Il tema scelto per il Contest è: Viaggi Stregati In Una Notte Di Luna Piena. Se una Strega in una notte di luna piena vi desse la possibilità di viaggiare con la sua scopa in qualunque posto vogliate per rivivere il vostro passato o un epoca che più vi affascina, come sfruttereste questo dono magico? Un tema sicuramente molto "fantasy" e interessante.

Iscrivetevi in tanti mi raccomando e intanto vi lascio con il banner del concorso e il link per iscrivervi, si ha tempo fino all'11 di Settembre. 


Facciamo il nostro in bocca al lupo agli organizzatori del Contest e a coloro che parteciperanno. Come si dice di solito in questi casi "che vinca il migliore". 
Alla prossima Club Urban Fantasy

martedì 11 giugno 2013

Elenco Racconti: Contest "Una pagina per un libro"


Salve mie cari lettori del blog, questo è l'elenco dei racconti brevi che hanno partecipato al nostro Contest Letterario "Una pagina per un libro", contest a cura di Alessandra Paoloni (l'autrice di La discendente di Tiepole), Argeta Brozi, Stefano Muscolino ed io Angela Visalli. Il contest ha avuto un pari merito, due racconti sono arrivati al primo posto, anche se poi effettivamente solo uno poteva essere il vincitore.
Il premio per il primo classificato era la pubblicazione del relativo racconto nel secondo volume di La discendente di Tiepole, una bella opportunità che è stata concessa per volere della stessa autrice, Alessandra Paoloni. 
Abbiamo deciso di pubblicare i racconti che non hanno vinto l'agognato premio per un periodo di circa un mese, cosi da dar spazio ai vari autori (ho mandato un email a tutti, ma da alcuni non ho ricevuto risposta, in caso non foste favorevoli all'inserimento del racconto sul blog contattatemi pure) e permettere ai nostri lettori di leggere queste piacevoli e piccole storie. Spero vi farà piacere immergervi per un po' di tempo nel mondo di Tiepole. 

Per chi non conoscesse La discendente di Tiepole di Alessandra Paoloni (a breve spero di poterne pubblicare la recensione), eccovi la trama: 



"Un paese fantasma dimenticato dalle carte geografiche, circondato da montagne, abitato da una popolazione inospitale. E’ il ritratto di Tiepole, paese d’origine di Emma, ed è lì che la ragazza è costretta a tornare in occasione del funerale di suo nonno. Il suo soggiorno, però, si trasforma in incubo quando Emma legge la lettera che sua nonna aveva scritto per lei prima di morire e che il nonno non le aveva mai consegnato. Essa le svelerà un mondo di tenebra colmo di stregoneria e maledizioni, di faide tra famiglie e di lotte per il potere. Emma non sa ancora nulla, ma tutti i Tiepolesi sanno chi è lei, poiché la stavano aspettando. Lei è l’erede della Strega. Lei è la Discendente. Lei deve morire. Un’eroina indimenticabile in un romanzo in cui il bene e il male si confondono e niente, assolutamente niente, è davvero quello che sembra."






TEMA DEI RACCONTI: 
La discendente di Tiepole verte sulla figura di Marta Vasselli (la nonna di Emma Onofri, la nostra protagonista) e sulle maledizioni che ha scagliato su alcuni ragazzi del posto. Tali maledizioni costringeranno i malcapitati, nel corso della loro crescita e del loro sviluppo, a mutare e a trasformarsi in creature soprannaturali, alcune delle quali abbiamo imparato a conoscere attraverso la tradizione popolare (vampiri, licantropi ecc.. ma con accezioni e caratteristiche molto differenti da quelle che siamo soliti incontrare).
L'autrice fa intendere che queste maledizioni possono essere viste come una sorta di virus che attacca l'organismo umano e lo costringe a trasmutare in qualcosa che non è, causando delle conseguenze fisiche e psicologiche (visioni, mutamento cellulare del corpo permanente, cambiamento dell'umore improvviso accostato a un cambiamento fisico ecc). Tra tutti i maledetti della storia viene menzionato anche un certo Federico Marino, un giovane ragazzo che non resiste al mutamento e perde la vita in circostanze non chiarite dall'autrice. Compito dei partecipanti era quello di descrivere, in modo totalmente libero, le circostanze che hanno portato alla morte di Federico Marino e stabilire in cosa si era realmente trasformato?





Ed eccovi in fine i racconti, buona lettura. 















Ci farebbe piacere se lasciaste anche un piccolo commento, segno del vostro passaggio e della lettura dei racconti, cosi da poterci confrontare tutti insieme e poterne discutere in modo costruttivo come sempre. Naturalmente i commenti verranno moderati da me, in caso non fossero adeguati nei toni e nei modi nel rispetto di tutti. 
Le immagini presenti in ogni racconto sono state scelte da me e hanno il solo scopo illustrativo, spero di essermi avvicinata quanto più possibile ai temi dei racconti (non è facile trovare immagini che si associno alla perfezione). 

Vi ha incuriosito un po' Tiepole e il suo mondo? Perché non provare a vincerne una copia di La discendente di Tiepole? E' in corso il Giveaway della Butterfly Edizioni: "Vinci la Discendente di Tiepole e un'illustrazione grafica a piacere" su Atelier dei libri. si ha tempo fino al 20 Giugno, buona fortuna.


Alla prossima
Club Urban Fantasy

13. Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Elisabetta Baldan

«Ehi, riccioli d’oro! Hai intenzione di far impazzire tua madre? Ti sta cercando da ore.»
La voce roca e suadente di Valerio parve non giungere alle orecchie di Federico, che se ne stava pensieroso seduto sul forte ramo della quercia secolare alle porte Tiepole. Gilda gli aveva raccontato che quell'enorme albero un tempo altri non era che un semplice essere umano. Un abitante di Tiepole, il più illustre: Tiepolo Costantini.
Secondo la vecchia Gilda, il fondatore della città non era morto come tutti credevano, bensì aveva scoperto il segreto dell’immortalità e non aveva esitato a provarlo su di sé. Qualcosa tuttavia era andato storto. Le sue gambe si erano trasformate in solide e nodose radici, le sue braccia in rami imponenti e rigogliosi. Sarebbe vissuto per sempre ancorato alla sua terra, vegliando sull'amata Tiepole come un grande Guardiano ed esaudendo i desideri di chi all'ombra delle sue fronde verdeggianti gli avesse rivolto una preghiera.
Valerio sapeva di trovarlo là. Sapeva che Federico, come ultimamente spesso accadeva, si era recato presso il Guardiano per pregarlo invano a nome di tutti i Maledetti.
«Sai bene che non ti ascolterà!» bofonchiò il ragazzo dai capelli corvini avvicinandosi all'enorme pianta, «Nessun dio, nessuna strega né tanto meno un vecchio albero è disposto ad ascoltarci.»
Federico non emise un fiato, Valerio dal canto suo non si aspettò alcuna risposta. Prima di allontanarsi con le mani in tasca notò la chioma dorata dell’amico agitarsi fluidamente, quasi fosse dotata di vita propria. Davvero strano, visto che non una foglia della quercia era mossa dal vento quel giorno.
Qualche minuto. Qualche minuto ancora e anche Federico se ne sarebbe andato a casa. Un’altra preghiera, quindi con un balzo si ritrovò a terra a volgere uno sguardo speranzoso al Guardiano secolare di Tiepole. L’ultimo.

«Federico, non scendi?»
La voce insistente della madre echeggiò per l’ennesima volta dal piano di sotto. Federico non avrebbe cenato quella sera. Non aveva fame, ed in ogni caso non sarebbe riuscito a scendere le scale senza capitombolare e spezzarsi l’osso del collo. L’intero corpo esile e longilineo di Federico era scosso violentemente dal progredire della malattia... della Maledizione. In che essere mostruoso si sarebbe evoluto? La trasformazione che Marta Vasselli gli aveva riservato era ancora un mistero per tutti. Mistero che Federico stesso avrebbe di lì a breve scoperto, pagandone il caro prezzo.
Un’ultima contrazione spasmodica, quindi finalmente le sue membra si distesero. Federico, che aveva imparato a convivere con quei dolori frequenti in maniera silenziosa, si alzò faticosamente dal letto sul quale era stato rannicchiato per tutto il tempo e avanzò verso lo specchio. Vi si specchiò osservando la propria immagine riflessa con estrema attenzione ed un grido lacerò il silenzio della stanza.
Il suo bel viso era ancora immutato. Ma i suoi capelli lunghi e biondi... Oh, i suoi capelli! Quale oscura e sconosciuta forza li stava facendo ondeggiare in quel modo come serpi dorate?
Quando la madre, allarmata dal grido mostruoso, aveva spalancato la porta e si era fiondata all'interno della stanza, Federico giaceva già inerme sul pavimento. Immobile, marmoreo. Con lui Marta era stata inclemente. La maledizione di Medusa aveva mietuto la sua prima e ultima vittima.

No. Il Guardiano, la grande Quercia secolare non aveva mai ascoltato le sue preghiere.

12 Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Annarita Pizzo

Ben presto capii che non era il caso di indagare oltre. La morte di Federico restava un tabù e uno dei tanti misteri irrisolti della piccola cittadina di Tiepole, tuttavia la mia curiosità era tale che non potevo fare a meno di spingermi alla ricerca di quella verità per quanto scomoda…
Quella mattina, dunque, scesi di buonora e mi misi a camminare su e giù per la stanza con in mano la lettera che avrebbe potuto, finalmente, fare luce su quell'evento tanto triste quanto inquietante. Da due giorni meditavo su cosa farne, da quando l’avevo trovata, nascosta ed ammuffita, in una fessura della sua tomba durante una delle mie ronde alla ricerca di una spiegazione sensata. Dopo aver indugiato un po’, ho deciso di aprirla perché non sapevo se avrei mai più trovato il coraggio di farlo e ho letto:
Cara Mamma,
quando ascolterai queste parole io sarò già partito per il mio viaggio e forse sarò già arrivato nel luogo di pace che cerco disperatamente da una vita, dal momento in cui la maledizione di Marta Vasselli ha iniziato a mostrare i suoi effetti su di me…
Ti prego non ti angustiare e non piangermi perché la morte mi renderà finalmente libero! Sapevamo entrambi che questo giorno sarebbe arrivato ed io non ho fatto altro che accelerare i tempi ponendo fine ad un tormento insopportabile per me e per te. Ho assunto una dose letale di tranquillanti, ma prima ho voluto lasciarti queste poche righe affinché tu non ti senta in colpa e non soffra più a causa mia.
L’altro giorno mi sono guardato alla specchio e quello che ho visto mi ha terrorizzato. Sono felice che tu non fossi in casa perché non avrei mai potuto sopportare la tua espressione disgustata e spaventata nel vedermi diventare un mostro, un vampiro che, per sopravvivere, deve cibarsi del sangue e della vita degli altri. Non riesco ad accettare l’idea di poterti fare del male....
Ti chiedo perdono e non smetterò mai di amarti! Sono sicuro che se farò questo passo ora, sarò ancora in tempo per evitare che la mia trasformazioni arrivi a compimento ed io diventi immortale e troppo forte per essere contrastato! Non c’è altro modo e lo sappiamo entrambi.
Grazie di tutto e ricordami per come sono davvero, il bambino indifeso che hai stretto tra le tue braccia…
Con tutto il cuore
Federico”

Ho ripiegato la lettera e ho pianto. Quando mai finirà tutto questo!?...

11 Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Fabio Conte

Sabina era la migliore amica di Laura, avevano la stessa età e frequentavano l’unica scuola di Tiepole. Sabina era bellissima, aveva i capelli biondi e ricci. I suoi occhi erano color cenere. A scuola era corteggiata da molti ragazzi ma lei non si concedeva a nessuno. Il sabato sera Sabina e Laura andavano alle feste organizzate all’interno delle rovine di una casa abbandonata vicino ai boschi.
Molte coetanee invidiavano Sabina, i ragazzi si fiondavano su di lei appena la vedevano arrivare alle feste. L’unica che non sembrava patire questa situazione era proprio Laura. A lei poco importava se fosse adulata o meno, il più delle volte rideva delle disavventure di quei poveretti costantemente rifiutati. Il giorno che comparve dal nulla Alberto cambiò tutto. Laura s’innamorò perdutamente di lui ma l’amore ricambiato presto si tramutò in dolore e il male causato al cuore fu tale da non cicatrizzare. Sabina finì per invaghirsi di Alberto. Smisero di vedersi, finirono per diventare nemiche e quando Laura scoprì che la sua ex amica rimase incinta cadde in depressione.
Quando venne al mondo Federico Marino, il figlio di Sabina e Alberto, la madre di Laura formulò la maledizione del coriandolo. Federico scoprì di essere maledetto a dieci anni. Era il suo compleanno e sua madre aveva organizzato una festa a sorpresa nel giardino davanti casa. Stava giocando con i suoi amici quando batté contro lo spigolo di un tavolo procurandosi un taglio profondo sulla fronte. Cadde all'indietro e perse i sensi. Dopo un paio di minuti sotto gli occhi scioccati della madre si alzò come se niente fosse successo e andò a sedersi di fronte a suo padre. Federico lo fissò ininterrotto, i suoi occhi da azzurri divennero rossi e cerchiati grigio cenere come quelli della madre, cominciò a parlare una lingua strana e sconosciuta. Suo padre si avvicinò per guardare meglio da vicino suo figlio. Non si capì come potesse aver fatto ma tutti i presenti videro Federico sollevare il padre e scaraventarlo come un ramo secco contro una finestra uccidendolo sul colpo. Sabina vacillò un istante prima di crollare in terra svenuta. Federico alla vista di sua madre si lanciò su di lei azzannandole il collo. La donna non si rese conto della morte. Con la bocca piena di sangue, si lanciò contro i presenti, fu allora che Carmine lo colpì violentemente al viso coricandolo all'istante Federico cadde in una specie di trance e il suo respiro divenne affannoso.
Gli invitati scapparono impauriti, rimase soltanto Carmine che con il cuore che gli martellava nel petto tentò di tamponare con la propria maglia il collo di Sabina. Trasalì quando udì alle sue spalle un rumore di passi, si voltò di scatto e vide Federico che stava correndo verso la montagna.
Lo cercarono giorno e notte. Dopo una settimana lo trovarono addormentato in mezzo a dei resti animali in una grotta. Federico venne legato e imbavagliato e rinchiuso in uno scantinato ma lui riuscì a fuggire ancora una volta. Venne ritrovato ma quando videro i resti di alcuni bambini mangiati vicino a lui, dovettero sedarlo per fermare quella furia umana. Federico venne rinchiuso in una cella e dopo otto anni riuscì a scappare di nuovo. Quando si seppe in giro della sua fuga i Tiepolesi caddero nel panico. Una sera Carmine, il sindaco e altri stavano giocando a carte nel bar, quando udirono un urlo disumano provenire dalla piazza, corsero fuori e trovarono Federico con un pugnale conficcato nel torace e un foglio di carta nella mano sinistra.

«Marta Vasselli sta arrivando…»

10 Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Enrico Arlandini

Ogni minimo particolare di quella maledetta giornata lo tormentava incessantemente, scavando un profondo solco tra la vita precedente e la vaga sembianza che ne era rimasta.
Sapeva quanto gli anziani potessero diventare brontoloni o addirittura perfidi, quando non riuscivano a venire a patti con l’oltraggio che la senilità opera sul corpo e sulla mente, arrivando a odiare chi nella giovinezza naviga radioso.
Mai avrebbe creduto che la malvagità potesse arrivare a tanto, senza alcuna motivazione plausibile.
Dall'iniziale sconcerto la sua bocca si era contratta in una smorfia preoccupata, quando la vecchia aveva incominciato a utilizzare un linguaggio composto di suoni gutturali, trasfigurata nei lineamenti. In quegli istanti non riuscì a ribattere, lo sguardo fisso sulle pupille dilatate della megera.
A un certo punto lei si afflosciò a terra, come un palloncino sgonfio.
L’interruzione del contatto visivo riportò Federico al controllo delle facoltà mentali, spingendolo ad allontanarsi con tutta la velocità che lo stato confusionale gli permetteva.
Ebbe il coraggio di voltarsi quando ormai era lontano; attribuì all'eccessiva distanza qualcosa che non poteva essere reale.
Marta Vasselli era inginocchiata a terra, le braccia piegate nel tentativo di rialzarsi.
Lo sforzo non era sufficiente a giustificare il notevole gonfiore che le tendeva l’epidermide, rilassandola quindi di colpo.
Esattamente lo stesso disturbo di cui iniziò a soffrire lui nei giorni successivi. Un mattino la madre corse alla porta del bagno, sentendolo urlare disperato.Federico rifiutò di aprire, steso a terra e coperto del suo stesso sangue, ferito a causa del pugno con cui aveva frantumato lo specchio. Trasportato d’urgenza al vicino ospedale, venne subito bendato, per evitare sguardi impietosi e disgustati.
Imbottito di sedativi manteneva un costante sguardo apatico, dritto verso un punto indefinito della parete di fronte.
All'inizio amici e conoscenti si recarono a fargli visita ma non ci volle molto prima che l’imbarazzo e la superstizione avessero la meglio. Rimasero così i soli genitori a condividere la disperazione di un ragazzo il cui involucro corporeo assomigliava a quello delle mummie estratte da antichi sarcofaghi.
Schiere di luminari dissertavano sulle possibili spiegazioni, giungendo all'ipotesi di una temibile malattia degenerativa ancora sconosciuta alla scienza.
Decisero di concedere un momento di lucidità al paziente, sperando che le sue parole potessero essere di aiuto nel dipanare la matassa. I genitori erano contrari, certi che questa soluzione avrebbe provocato al figlio ulteriori sofferenze e la piena consapevolezza della propria mostruosità.
Alla fine, dopo molte insistenze, cedettero.
Gli infermieri seguivano distrattamente le immagini sul monitor, che inquadrava il letto di Federico.
Attraverso le candide bende spiccavano gli occhi intelligenti, non più annacquati dal liquido anestetizzante.
L’ultimo pettegolezzo su una collega distrasse del tutto gli infermieri, che abbandonarono la postazione.
Nello stesso istante, quasi si fosse accorto di non essere controllato, Federico si sollevò con notevole sforzo.
Una volta seduto fissò l’apparecchiatura dalla quale fuoriuscivano dei tubicini, collegati al suo corpo tramite aghi sottili. Li strappò ad uno ad uno, senza emettere alcun gemito.
Un segnale di allarme perforò la stanza, facendo accorrere il personale ospedaliero.
Troppo tardi per rimediare, in tempo per veder scivolare una lacrima lungo le bende che ricoprivano il volto di Federico.

09 Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Giuseppe Corte

L’oscurità mi ha colto, senza saperne il perché. Corrodendo la mia anima, distruggendo il mio cuore, ignorando il perché. Un fato crudele è questa mia narrazione, ma ciò che è stato il mio destino, lo conosco soltanto io.
Un tempo il mio nome era Federico Marino. Si, un tempo, ma ciò che ho passato non ha tramutato solo il mio fisico, ma soprattutto ciò che mi rendeva umano dentro, nel profondo del mio essere.
Un tempo la mia ragazza mi chiamava Fede, come quella che io avevo in Dio. Una fede che mi ha abbandonato nel momento in cui l’orrore devastante del male, si appropriò di me con una maledizione.
Tutto questo orrore incominciò a Tiepole. In una tranquilla sera a casa, come un fulmine a ciel sereno, mi colse la prima trasformazione. Iniziai a sentire freddo, poi la febbre alta. Pensai «Forse ho un po’ di freddura, cavolo anche quest’anno ho preso l’influenza!», ma non fu questo il virus malefico. Incominciai a tremare e a sudare sempre più, per poi all’improvviso, sentire un dolore accecante in tutto il corpo.
Sentivo le ossa rompersi e modellarsi a loro piacimento. La mia pelle bruciava come se l’inferno si fosse abbattuto su di me. La sofferenza durò ore ed ore, poi svenni. Quando ripresi coscienza, mi guardai le mani, erano verdi e ossute, con le dita che sembravano grissini. Tutto il mio corpo era così e quando mi specchiai vidi l’orrore sul mio volto. Ero diventato un orco, un orribile mostro verde. Vagai per le strade con la rabbia che manovrava le mie azioni. Ricordo solo il sapore del sangue, persone innocenti uccise, ero fuori di me.
Ero lì, ma non ero lì. Il mio animo navigava all’interno delle bestie in cui mi tramutavo, ma non ero padrone di ciò che facevo. Il male imponeva l’omicidio, la fame ammetteva solo il sangue. Così lo versai. Prima da orco, poi da lupo mannaro, dopo ancora da ghoul e così via. Ho mangiato i vivi, ucciso le persone a me care. Per poi divorare anche i morti del cimitero di Tiepole, rosicchiando le loro ossa come un cane. Col passare del tempo, la mia anima si frammentava pezzo dopo pezzo.
Alla fine di umano non avevo più niente, perché ciò che si salvò della mia anima e della mia mente, si spostò in un’altra dimensione. Si, ebbi questa forza, nonostante sentissi il mio corpo morire, ormai sconquassato, riuscii a salvare ciò che rimaneva di me sotto forma di fantasma. Ecco qual è stata la mia fine, condannato a vagare per l’eternità, senza scopo, senza un degno destino. Esiliato in un limbo solitario qui a Tiepole.
Il mio nome era Federico Marino, ora per esattezza non so più chi o cosa sono diventato. Qualcosa di me esiste ancora, ma non vivo e non sono umano. Sono il fantasma maledetto di Tiepole e un giorno mi vendicherò, tanto ho l’eternità a farmi compagnia.

08 Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Marco Bertoli
Jinn

Federico si accorse che qualcosa non andava nel momento in cui si sorprese a fissare un merlo che gorgheggiava allegro fuori dalla finestra della sua camera e avvertì un cupo brontolio nello stomaco: era fame!
Si allontanò dal davanzale con la spiacevole sensazione che si prova nel rendersi conto che i parametri di riferimento della routine quotidiana sono stati stravolti. Il ragazzo, infatti, aveva odiato con tutta l’anima, almeno sino a quell’attimo, la carne proveniente da qualsiasi tipo di volatile, tant’è vero che sua madre preparava il pollo arrosto soltanto quando lui non pranzava con il resto della famiglia.
Nei giorni seguenti altre trasformazioni ancor più inquietanti sconvolsero Federico, sprofondandolo in un abisso di angosciosa perplessità.
La sua voce cristallina, dal gradevole timbro baritonale, iniziò a essere inquinata da un fastidioso sibilo di sottofondo, una sorta di fischio persistente che spinse suo padre a prenotargli una visita da un suo amico, medico otorinolaringoiatra.
La termoregolazione corporea s’interruppe di colpo: tanto poteva rimanere per ore a crogiolarsi sotto i caldi raggi del sole di luglio senza che una goccia di sudore gli imperlasse la fronte quanto il transitare per pochi secondi all’ombra di un muro lo gettava in una tormenta di gelo che gli indolenziva le ossa.
Lui che sin da neonato aveva sempre dormito nella cosiddetta “posizione a stella” iniziò ad assumere un’assurda posa ad anello, quasi volesse raggomitolarsi su se stesso.
Infine, ci fu quel bagno nel torrente in cui, uscendo dall’acqua, la sua pelle brillò di un arcobaleno di sfavillanti iridescenze come se fosse stata ricoperta da una pellicola di minuscole squame di cheratina.
Federico era un giovane svogliato a scuola ma perspicace quindi tentò di spiegare razionalmente quei fenomeni, attribuendoli allo stress per i debiti da riparare a settembre o alle difficoltà che il rapporto con Susanna, la sua ragazza, stava attraversando. I genitori, una coppia attenta e premurosa, accortosi dei cambiamenti del figlio, cercarono di sostenerlo in ogni modo.
Purtroppo che non si trattasse di una malattia psicosomatica divenne chiaro quando l’adolescente non fu più in grado di reggersi sulle gambe. Per fortuna successe che era nel cortile della villetta in cui abitava e riuscì a trascinarsi in tinello a forza di braccia. La corsa in ospedale, un mese di ricovero trascorso tra i più svariati esami diagnostici e analisi, e gli specialisti conclusero che il ragazzo era afflitto da un morbo sconosciuto alla scienza medica, forse d’origine genetica: si poteva soltanto aspettarne il decorso.
Steso sul letto, Federico si scattò con il telefonino una foto da inviare a Susanna. Prima di allegarla allo MMS, la controllò: due iridi tagliate da pupille ellittiche e verticali ricambiarono fredde il suo sguardo.
Di colpo tutto gli fu chiaro: si stava trasformando in un rettile!

Il ragazzo si spinse giù dal giaciglio e iniziò a strisciare verso la finestra aperta.

07 Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Sara Marino

Nessuno ricordava Federico avesse gli occhi di quel colore. Quella mattina quando scese per la colazione, la prima ad accorgersene fu sua madre, Margherita.
«Hai messo le lenti colorate?» era davvero uno strano verde.
Lui parve stupito. «Che lenti?» La donna fece per rispondere ma lui non le dette il tempo di approfondire. Si scolò la sua tazza di latte al volo, prese una fetta di pane dolce, e corse subito a recuperare lo zaino. La madre non diede troppo peso alla cosa e sorrise, pensando fosse l'ennesima trovata del figlio. Questi adolescenti, davvero non li capiva.
Esattamente dieci giorni dopo, Margherita fu costretta a ricredersi a proposito dei comportamenti adolescenziali.
L'esordio del “cambiamento” aveva avuto luogo come una brutta ma banale influenza. Federico era bollente, aveva costantemente bisogno d'acqua, e veniva scosso da continui tremori. Il medico gli consigliò di stare a letto una settimana e seppur star fermo non fosse nella natura del ragazzo, quel giorno non riuscì a dire di no. Aveva in testa una tremenda confusione, e la sola idea di alzarsi gli faceva salire la nausea.
La febbre durò giorni e giorni, gli antibiotici non servivano. Federico rigettava ogni cibo solido e stava sempre peggio. Al quinto giorno di febbre, poi, qualcosa successe.. ma non nella direzione sperata da medico e famiglia.
La pelle del viso, e del collo, iniziò a staccarsi. Sua madre lo notò mentre il ragazzo stava dormendo, e tirò via un pezzo di pelle che sembrava morta trovando sotto delle.. squame verdi. Un colore più torbido di quegli occhi 'nuovi', ma altrettanto orrendo. Spaventata chiamò il medico che non seppe esattamente che dire a riguardo. Fu decisione comune non far uscire il ragazzo per nessun motivo e provare a cambiare antibiotico, passando a qualcosa di più generico e forte.
Quando Federico si alzò quella notte per andare in bagno non si accorse di nulla. Ma se ne accorse il giorno dopo. Ormai non solo il viso ma anche le mani e larga parte del busto erano squamati. Gli sembrava di essere in un film, ma un film horror – dove era persino protagonista. Scappò da se stesso in preda ad un attacco di panico, ed uscì dalla stanza per cercare sua madre o un aiuto qualsiasi. L'unica persona che incrociò fu sua sorella minore, che urlò trovandosi di fronte 'qualcosa' che non conosceva, e scappò in camera continuando a strillare terrorizzata. Nessuno doveva averla informata. Quell'urlo diede talmente fastidio a Federico, che nel panico in cui già si trovava, scappò di casa ancora più spaventato.

Fu una corsa breve, in realtà.
Fu ritrovato nel laghetto privato di una villa lì vicina, in tarda serata. Morto. Il suo corpo era quasi interamente verde e squamato, ed il viso sembrava sformato. C'erano delle sottili righe simili a branchie al lato del collo, e le mani e i piedi sembravano allargarsi a pinna. I dati dell'autopsia non vennero mai resi pubblici. Ufficialmente è stata la 'malattia' ad uccidere Federico. La realtà invece ha voluto che i polmoni del ragazzo 'pesce', probabilmente in mutazione, non fossero ancora pronti all'acqua, ma la sua mente forse aveva visto l'unica salvezza in quella pozza torbida. Chissà.. 

06 Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Gemma Anna Sergi


Sono in molti a ritenere che nascere a Tiepole sia una maledizione, ma solo pochi sanno davvero cosa significhi essere dei maledetti.
Federico sapeva da tempo che, presto o tardi, sarebbe toccato anche a lui scoprirlo, ma non avrebbe mai immaginato che la maledizione di Marta Vasselli avrebbe colpito in modo tanto crudele anche chi, nonostante tutto, aveva deciso di restargli accanto. Per tutto il tempo, da quando era venuto a conoscenza della verità, aveva sperato di sbagliarsi, ma con i primi sintomi aveva finalmente cominciato ad intuire in che razza di mostro si stava trasformando ed una cosa gli fu subito chiara: avrebbe odiato quel mostro con tutte le sue forze.
Due giorni prima che compisse la sua scelta, era uscito per cercare di schiarirsi le idee, cosa che aveva preso a fare spesso, perché davvero non riusciva ad accettare quella verità che, in maniera così spietata, continuava ad imporsi con sempre maggiore violenza nella sua vita.
I suoi passi, quel giorno, lo avevano condotto al cimitero e, una volta lì, convinto che non ci fosse nessun altro, si era diretto deciso verso la tomba della strega. Dopotutto, era lei la responsabile della sua condizione ed era sempre lei la causa del dolore che stavano provando i suoi cari. Sentiva il bisogno pressante di fronteggiarla e di capire cosa, tanti anni prima, l’avesse spinta a compiere quel dannato gesto.
Una volta trovata la sua lapide, aveva stretto i pugni fino quasi a sanguinare. La rabbia che provava era immensa e non faceva altro che aumentare, ma non vi badò. Invece, avrebbe dovuto capire proprio in quel momento cosa gli stava realmente accadendo ma, essendo appena l’alba, era fermamente convinto di essere da solo in quel luogo. D’altronde, come avrebbe potuto immaginare che proprio Agata, la sua Agata, si trovasse dall’altra parte del muro di cinta, agonizzante nella sua disperazione, sola ed inconsapevole di cosa le stesse succedendo, semplicemente perché c’era lui poco distante?
Più la rabbia cresceva in lui, più la vita abbandonava lei.
Se l’avesse saputo, certamente sarebbe corso via a gambe levate ed Agata non sarebbe finita in uno stato vegetativo, lottando contro la morte ma incapace di reagire e di riprendersi perché priva di energie. Ed era stato proprio lui a risucchiargliele tutte, lo sapeva con certezza.
Ogni volta che provava una forte emozione, il suo corpo tendeva ad assorbire l’energia vitale di chi si trovava nelle vicinanze e lui non poteva fare nulla per ribellarsi. La maledizione di Marta Vasselli l’aveva reso un… la verità era che nemmeno Federico sapeva esattamente in cosa si stesse trasformando. Si sentiva come un orribile parassita che per sopravvivere doveva risucchiare la vita altrui, un Vampiro affamato di energia.
Sapeva di essere lui la causa di tutti quegli strani casi di persone che si erano ammalate all’improvviso perché prive di forze per lottare; era lui, risucchiando la loro energia, a ridurli in quello stato. Questo però accadeva all’inizio, quando la maledizione non era ancora del tutto attiva. Dopo aver visto quel che era capitato alla povera Agata, aveva deciso che la storia non poteva – e non doveva – affatto continuare: percepiva la velocità con cui la maledizione stava prendendo il sopravvento e, sicuramente, un giorno la sua fame di energia sarebbe stata talmente forte da spezzare la vita di qualcuno. Fu questo a convincerlo a compiere quel gesto a cui nessun ragazzo della sua età dovrebbe anche solo pensare.

Oggi di lui, a Tiepole, resta semplicemente un biglietto con un breve messaggio scritto a penna con mano tremante: “Non pensate a me come al mostro che sarei diventato, ma come a colui che l’ha sconfitto, impedendogli di continuare a nuocere. Ricordatemi, semplicemente, come il vostro Federico.”

05 Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Antonella Sgueglia


Federico Marino era un ragazzo solare che emanava gioia di vivere solo a guardarlo. I capelli di un biondo scuro ramato luccicavano allor che spuntassero le prime luci dell’alba, mentre il buio della notte risaltava il bagliore degli occhi verde acqua marina.
La bellezza non era la sua arma principale, o meglio, non quanto l’empatia che lo rendeva irresistibile.
Un fascino adorato da tutti tant'è che alcuni ne azzardavano una pallida imitazione ma lui… lui era diverso, perlomeno fino a quando scoprì la vera natura dei suoi compagni.
Quando gli altri cominciarono a trasmutarsi, il ragazzo dalle labbra vermiglie ebbe il timore di quanto stesse succedendo ai coetanei ed impallidì al pensiero che la medesima sorte stesse ad attenderlo in agguato.
Federico rifiutava l’idea di dover convivere con un virus innescato da una maledizione; un virus che avrebbe offuscato la sua bellezza senza tempo, la sua tranquillità e, di conseguenza, le sue giornate.
Rigettava quell'abominio che si palesava dinanzi alla vista senza alcun preavviso; orrore che divenne sempre più reale. Il terrore dei racconti uditi lo tormentava di giorno, al mirarsi allo specchio, e di notte quando le ombre parevan muoversi verso di lui. Cominciò a notare i primi cambiamenti, le mani sembravano zampe affusolate, così come i piedi. La pelle si scuriva assumendo un tono scarlatto e lo sguardo, da sempre sognatore, si tramutava in funesto. Era la pazzia che aveva preso il sopravvento, impossessandosi dell’ipotalamo, ostruendone ogni volontà.
Sì, la maledizione aveva colpito anche lui ma, a differenza del gruppo, unicamente lui ne era a conoscenza perché soltanto lui si accorse del mutamento.
Nessuno seppe mai la verità su Federico o se fosse interamente frutto della mente malata e spaventata da una possibile metamorfosi. Ad alcuno fu dato saperlo, se non l’uomo stesso e Marta Vasselli. Fatto è che di lui si perse ogni traccia. Neppure Empiréa ne aveva più ricevuto notizia.
Ciò che premeva Tiepole era lasciare Emma fuori da quell'immane dolore, un segreto che non avrebbe mai visto luce durante la permanenza in quel luogo.
Quel che ne è stato del ragazzo ridente non riguardava gli altri maledetti. Se da qualche parte fosse emersa una traccia, la falsa pista del sindaco sarebbe stata compromessa.
Tuttavia, fino a quel momento Emma doveva restare avulsa da quella storia.

04 Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Sonia Tortora
WORMAN


Fuggiva nella notte inseguito da un'ombra oscura e minacciosa. Poi cadde. Si rialzò. Correva ancora. Infine scivolò sul terreno bagnato finendo in una buca piena di vermi.
Non erano normali anellidi, bensì invertebrati grossi come serpenti, che lo mordevano causando escrescenze purulente da cui fuoriuscivano altri piccoli vermi.
Urlò di terrore, finché uno di quegli esseri mostruosi gli entrò nella gola e lo soffocò.
«Ahhh...»

Federico aprì gli occhi. Il sudore gli imperlava la fronte e il pigiama era fradicio. Si era trattato solo di un incubo, lo stesso che ormai si ripeteva da oltre un mese.
Non dormiva da tempo e le rare volte in cui riusciva a chiudere gli occhi, dopo aver preso un sonnifero, aveva il sonno agitato da visioni di morte.
Cercò di tranquillizzarsi. Nella stanza regnava il silenzio, non potevano esserci pericoli, era tutto frutto della sua fantasia.
A un tratto avvertì un forte prurito alla caviglia. Andò in bagno a controllare: la zona era gonfia e pulsava, come se ci fosse qualcosa di vivo dentro.
La pelle cominciò a lacerarsi e dalla fessura uscirono dei piccoli mostri striscianti e bavosi.
Federico si buttò sotto la doccia cercando di lavarli via, ma appena ripuliva un foro se ne creava subito un altro in una diversa parte del corpo.
Si stava lentamente coprendo di pustole traboccanti di vermi e lui era la matrice che li nutriva e covava fino alla schiusa.
Si guardò allo specchio e anche il suo volto si stava trasformando in qualcosa di disgustoso.
Era in preda al panico e non sapeva cosa fare.
Estrasse un rasoio dal mobiletto del bagno e cominciò a recidere le escrescenze per liberarsi dei nidi di quei mostri.
Sul pavimento i brandelli di pelle erano mischiati ai grumi di sangue.
Vermi ovunque, sui muri, sul corpo, attaccati alla finestra: Federico stava impazzendo.
Si guardò ancora allo specchio e vide qualcosa muoversi nella gola. Non riusciva più a inghiottire, la matassa era troppo grossa e ostruiva l'esofago. Allora spalancò la bocca e colate di lombrichi e bava fuoriuscirono ricadendo nel lavandino e lasciandogli un retrogusto di terra e humus tra i denti.
Il ragazzo si incise la carotide con la lama affilata del rasoio, ponendo fine alle sue sofferenze.
La maledizione si era rivelata.
Il cadavere fu trovato dopo diversi giorni, perciò i vermi che ricoprivano la sua carcassa furono considerati il risultato di un fisiologico processo di decomposizione.
Probabilmente tutti i tranquillanti ingeriti dovevano aver causato al ragazzo allucinazioni e visioni paranoiche che l'avevano spinto a togliersi la vita. O almeno questa fu la versione che venne data alla comunità.
Solo Marta Vasselli sapeva cosa fosse realmente successo.

03 Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Giulia Stefanini

Lo scricchiolio delle foglie secche sotto i suoi passi, veloci per fuggire a un destino che gli stava addosso come se lui fosse l’unico, iniziava a infastidirlo.
Dovette fermarsi per non gridare, quei rumori del bosco che un tempo lo avevano cullato nei lunghi giorni d’estate, ora risvegliavano in lui un forte odio.
Odio che si colorava di rosso vermiglio ogni volta che il vento soffiava tra i rami delle querce, gli stessi su cui amava dondolarsi.
Si prese la testa tra le mani, cadde in ginocchio nel fango. Fermo. Immobile. Solo il suo pensiero era in movimento:

Cosa farò adesso?”

Queste parole lo tormentavano, non lo lasciavano più riposare, vorticavano nella sua testa uccidendo tutto il resto.
Sentiva la sua umanità soccombere, svanire come l’ombra di ciò che era.
Il dolore fu improvviso e lancinante.
Portò le mani alle tempie, ferendosi.
Dove prima c’era pelle poco abbronzata dal sole, ora spuntavano due corna appuntite, rosse come l’odio che lo divorava dentro.
Doveva vederle.
Inciampando su tronchi caduti e radici cercò di raggiungere lo specchio d’acqua che divideva in due il boschetto.
Con il fiato in sospeso, per ciò che lo aspettava, chiese alle gambe un ultimo sforzo.

S’inginocchiò e prese l’acqua tra le mani, senza aprire gli occhi.
Lasciò che la freschezza del liquido lo portasse lontano e si immerse nei ricordi di ciò che era stato.
Una voce iniziò a ronzargli in testa, era profonda e roca:

Ormai sei mio .. non opporti! Non senti il desiderio di carne crescerti dentro, dal pozzo senza fine del tuo stomaco?”

Una fragorosa risata gli travolse la mente, gli tolse il respiro e lo costrinse a sentire il vuoto nello stomaco.
Aveva fame.
Sentì la necessità di cibarsi di tenera e succosa carne umana, l’essere che stava diventando né aveva necessità.
La poca volontà rimastagli lo costrinse a prendere atto di ciò che sarebbe stato: un demone.
Un mostro assetato di sangue.
La mano si allungò ad afferrare il pugnale che teneva sempre con sé.
Senza piangere, gridare, pensare, se lo impiantò nel petto dividendo a metà il cuore, spaccato in due come la sua natura.
Strisciando arrivò al lago, questa volta guardò il suo riflesso:
la pelle rossa più del sole stonava con il biancore dei suoi denti, le corna appuntite ripiegate su se stesse rischiavano di ferirlo.
E capì di aver compiuto l’unico gesto possibile.
Si accosciò a terra esternando il dolore con una fragorosa risata.

02 Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Simone Brescia


Se il terrore avesse potuto adagiarsi su un volto, quello sarebbe stato il suo. Emilia mi guardava a occhi sgranati, con la bocca incapace di articolare parole compiute e il corpo squassato da brividi intensi.
Il suo sguardo si spostava alternativamente dalla vittima sbranata ai miei piedi alle mie fattezze mostruose. Ma non fu quello il peggio. Il terrore potevo sopportarlo. Quello che non ressi fu il lampo di riconoscimento che brillò nei suoi occhi. Mi girò la testa. Aveva visto il mio tatuaggio; il nostro tatuaggio. Due cuori intrecciati a spirale.
«Quel tatuaggio! T-tu non – lei scosse la testa, come per scartare l’ipotesi - non è possibile vero?» si scostò la maglietta, mostrando il suo tatuaggio, appena sotto l’ombelico.
Chinai la testa. Le lacrime le solcarono sulle guancie «E’ solo un incubo, vero? – si prese la testa fra le mani- Ora tornerò a casa e mi sveglierò. Tu non puoi essere questo- mi indicò- tu non puoi essere questa cosa!».
Nel buio di quello scantinato, con i miei nuovi occhi felini, vidi il volto di Emilia accendersi di pietà e di compassione. E’ curioso come noi esseri umani investiamo buona parte del nostro tempo a costruire maschere per proteggerci dai sentimenti altrui. Amiamo fingere di essere felici, duri, incrollabili. Ma basta un attimo per infrangere le nostre illusioni e per fare tabula rasa dei nostri propositi.
Sotto quello sguardo pieno d’amore per me sentii il mio cuore farsi in tanti piccoli pezzi affilati. La voce gracchiante della strega riecheggiò nella mia testa «Ora sei un figlio del male. Ella sarà un degno sacrificio».
Mi immaginai nell’atto di trafiggerla con le mie corna da capra. Feci un passo verso di lei. Belai, pregustando il sapore della sua carne tenera e fresca. «Sì così –continuò la strega- lascia andare il tuo vecchio io ».
La contemplai e una parte di me si raggelò all’istante. Emilia stava sorridendo. Un sorriso triste, ricolmo di rassegnazione e di pietà. Lei credeva in me.
«Perché, ti fermi ora? – domandò la voce- è solo un sacrificio al nuovo te stesso». Incombevo su Emilia «Federico?» domandò lei. Avvicinai la mia mano di mostro alla sua mano di donna. Lei non la ritrasse. Mi portai la sua mano al petto. Era il nostro modo per dirci ti amo.
Mi accarezzò «Anche io ti amo! Ti prego non –singhiozzò- non voglio perderti!». Sentii l’istinto della bestia lottare per riprendere il controllo. Indicai a Emilia le scale. Lei si impietrì. Sapeva che quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti. Mi abbracciò. Era piccola e fragile, eppure si aggrappava a me con tutta sé stessa.
Dimenticai di essere un mostro, tornai a essere il Federico di sempre, quello che prendeva il sole sui prati di Tiepole. La allontanai lentamente. La vidi incamminarsi sulle scale, uscendo dallo scantinato in ombra.
«Sei ancora in tempo! Puoi ancora farcela! Uccidila e sarai di nuovo umano, te lo prometto!» bisbigliò la voce, ma la ignorai.
Emilia si voltò una sola volta «Addio» disse. Avessi potuto avrei sorriso, ora potevo andarmene da uomo. Ero ancora in tempo.
«Cosa pensi di fare? Non te lo permetterò!» gracchiò la strega. Frugai fra le tasche della vittima, tirando fuori un accendino.
«Questo non ti renderà umano!» continuò la voce. Tirai un calcio alle bottiglie di whiskey, sentendole spaccarsi. Mi ricoprii d’alcool con la zampa libera.

«Sei solo uno scherzo della natura!» disse la voce. Accesi l’accendino. Il mio ultimo pensiero, prima che il fuoco mi bruciasse vivo, fu “E tu non sei altro che una miserabile vecchia”. 

01 Racconto: Contest "Una pagina per un libro"

di Mauro Sighicelli


Ebbi l’arguzia di comprendere che si era creata una situazione d’imbarazzo nei miei confronti, tale da cercare di provocarmi. Intuii che i presenti nel bar, con i loro perversi silenzi, sembravano quasi tutti d’accordo nel cercare di sfidarmi, di interrogarmi, per ottenere un favorevole giudizio, quasi dovessi giustificarmi nei loro confronti. 
   Ines si strinse nello scialle che la avvolgeva, e, senza degnare il sindaco di uno sguardo, cercò di guadagnare l’uscita della porta del bar, quasi a volersi sottrarre a qualsiasi congettura. 
Si fermi!” Intimai, e feci quasi il gesto di trattenerla. 
Se sa qualcosa su questo losco decesso, lo riveli ora, davanti a tutti, e cerchiamo di far luce su questa poco chiara vicenda!”. 
   La sgualdrina sorrise, poco convinta, e gracchiò il suo livore: “Fermarmi? Povera cretina, cerchi di far luce proprio ora che dovresti avvolgerti nella tua ombra! Ma non hai ancora capito che sei tu la prescelta, e che tutti, e dico tutti, ti reclamano? Guarda questi sguardi, scruta questi volti, e leggi nei loro occhi la risposta alle tue domande! Non si sfugge al proprio destino!” Si divincolò dalla mia presa poco convinta, e scomparve senza una risposta. 
   Ero allibita, ma ritenni almeno di aver guadagnato la comprensione degli avventori del bar. Li scrutai ad uno ad uno: sembravano attori che recitavano una parte, di cui però ero io la protagonista inconsapevole. 
Preferii tacere, per non rompere l’incantesimo di quegli istanti, e, solo allora, il sindaco prese coraggio e si rivolse a me con evidente imbarazzo: “La signora Ines è stata, per lungo tempo, l’unica donna frequentatrice di questo bar. Agli occhi delle mogli degli avventori è parsa, talvolta, una sorta di meretrice, e, per questo, le sue parole sono spesso condite da livore e disprezzo. La prego di ignorarla, di perdonarla, e di non farsi strane congetture. Al capezzale del povero Federico Marino c’è stata solo lei, in fondo, per alleviare le sue pene…”
   “E chi altri avrebbe osato proporsi?” Esplose Lorenzo, sollevando gli occhi dal tavolo sgombro, in un gesto di sfida verso i commensali.”Federico non era più lui, o, meglio, non so neanche cosa fosse, quando è morto. Nessuno ha avuto il coraggio di assisterlo, e forse Ines è stata l’unica in grado di non intimorirsi davanti alla gravità della sua trasformazione… cioè, della sua malattia, che lo ha trasformato in un non vivo.” 
Cos’è un non vivo?” Chiesi, ma colsi, nel frattempo, un brusio che si stava sollevando all’interno del bar. Convenni di essere l’unica signorina presente all’interno del locale, ed ebbi la sensazione di essere scrutata da sguardi libidinosi, neanche fossi stata nuda, vittima di un tentativo di stupro di gruppo. 
   Fu un sesto senso a portarmi velocemente fuori dal bar, nel disperato tentativo di riuscire a raggiungere Ines, quasi a volermi confrontare con lei su quanto potente fosse il peso di essere vittima del giudizio di quei nefasti personaggi! Il sindaco l’aveva velatamente accusata di essere una prostituta, quando invece proprio lui aveva l’atteggiamento di esserne un potenziale fruitore! 
   Dovevo avere delle risposte, prima di fuggire da Tiepole, e la cercai nelle strette viuzze del paese. Ma la sensazione di non essere sola non mi abbandonava, in quella notte rivelatrice, ed ebbi come il sospetto che qualcuno mi stesse seguendo: non so perché, ma lo associai al povero Federico Marino, e mi sorse spontaneo un interrogativo: era davvero morto dopo una lunga malattia? 
   O, piuttosto, il suo era stato un suicidio, impaurito da quello in cui si stava per tramutare, incapace di fronteggiare il potere che qualcuno gli stava trasmettendo, troppo grande anche per lui? 
Ma potevo intimorirmi per un non vivo, neanche fossi una adolescente scoperta sul posto delle fragole, solo perché la notte incombeva e mi ero sentita ferita nella mia intimità da un gruppo di perversi avventori, in uno squallido bar di Tiepole? 
   Assorta nelle mie elucubrazioni, faticai a percepire il bisbiglio, e me ne accorsi solo quando udii il mio nome: “Emma Onofri, vieni qui, senza girarti indietro: per favore!” 
   Mi voltai: il gracchiare di Ines era inconfondibile. “Ascoltami, ragazza: sei sciocca se non mi darai ascolto! Il povero Marino è morto, è vero, ma quella megera di Marta Vasselli è riuscita a tramutarlo in un non vivo, ed ora la sua essenza gravita intorno a noi, con le nuove doti che ha acquisito.” 
   Mi avvicinai a quella donna avvolta nel suo scialle, ed il suo bisbiglio sembrava il delirio di una posseduta. “E’ vero che lei ha vegliato sul suo letto di morte? E’ stata l’unica anima caritatevole, in questo calvario!” La guardai da donna a donna: mentre tutto il paese mormorava, Ines si era sobbarcata un peso enorme. 
   “Taci, scellerata! Non hai proprio idea di come io stia ancora pagando l’aver assistito alla mutazione di Marino! E l’aver assaggiato la sua mutazione, non mi rende felice, perché sono screditata agli occhi di Tiepole!” 
   Non capivo, e non riuscivo a seguire il nesso delle sue farneticazioni. Cercai di tranquillizzarla con la mia presenza, e, con un gesto di conforto, astutamente le chiesi: “Come è morto Francesco Marino?” 
   “Si è suicidato!” Bisbigliò lei: “Si è dato fuoco, cosparso di benzina, incapace di amministrare la sua mutazione!”
   “E in cosa si era trasformato? Cosa c’entra mia nonna in tutto questo?” 
  “Si era trasformato in un essere stupendo… ma, al tempo stesso diabolico! Ma io l’ho visto, ho potuto assaggiarlo, ed ora tutto il paese mi marchia di un timbro che non mi appartiene; sono considerata alla stregua di una volgare prostituta!”
   “In cosa si era trasformato?” Chiesi, con malcelata insistenza, sia perché avvertivo una presenza incombente su noi due, sia perché mi sembrava che Ines stesse per rivelarmi una verità nascosta.
   “Assumeva sempre più l’aspetto di una stupenda creatura, ma, durante la lenta agonia, si stava trasformando in un essere con due organi genitali maschili, di cui uno più prominente dell’altro: un demonio!” 
Arretrai, turbata: “Non ci credo! Ines, tu sei pazza! Vuoi farmi credere che si sia tramutato in un essere in grado di soddisfare due donne, contemporaneamente?” 
   Ines sorrise, beffarda. Sputò al suolo, poi esplose gracchiando: “Perché no? Oppure, più semplicemente, come è successo a me, poteva portarmi al supremo piacere con due membri, contemporaneamente, e tu non puoi neanche immaginare lontanamente di cosa possa essere capace un non vivo dotato di simili doti!” 
   Gli occhi di Ines brillavano di luce propria, ma sembrava il volto di una pazza, mentre si accalorava nella sua invenzione. “Si è allontanato tra le fiamme… ma può non essere morto… oppure, se non è sopravvissuto, può essersi trasformato in un non vivo. Ed è per questo che lo vado ricercando, negli angoli più desolati della città, lontano dalle coppie normali, dove solo il piacere che ho provato mi può spingere! E, se tu sei la prescelta, ti consiglio di abbandonare Tiepole, prima che lui ti trovi.”
   “Può farmi del male?” Chiesi, preoccupata. “Può farti così male da non riuscire più a liberarti di lui, del suo corpo, della sua potenza maschile: può trascinarti in un delirio da cui potresti non uscirne mai più.” 
  Ciò detto, così com'era comparsa, Ines si dileguò, lasciandomi al tempo stesso sconcertata e turbata per aver scoperto il motivo della mutazione di Federico Marino e la triste vicenda del suo probabile epilogo.
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